Gennaro Carresi, la danza della materia.

Ultimo giorno per visitare a mostra di “Gennaro Carresi – Il mondo figurarivo tra utopia e denuncia”  per la rassegna “Opera al centro” a Teatro V. Emanuele di Messina dal 18 al 30 Maggio 2018.
Visitare è parola riduttiva, è l’ultimo giorno per fare esperienza dell’Arte e della catarsi estetica che impone.

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Carresi crede nella bellezza da raggiungere come un fatto concreto prima che un ideale. La bellezza si raggiunge come un luogo preciso, con la ricerca e la conoscenza, senza altre vie. Non è epifania incerta e occasionale, è pellegrinaggio meditato nelle forme e nei contenuti. La bellezza è etica. Questo, forse, spiega la ricchezza di temi e di forme, la varietà dei linguaggi espressivi del suo operare. Tanta roba, forse troppa per decifrarla tutta come meriterebbe nello specifico.
La mostra, infatti, presenta 30 opere tra sculture e grafiche che vanno oltre il dato tematico unitario di contenuti scelti (la poetica di denuncia sociale, ecologista e una selezione di miti sempre attuali) e si offre, naturalmente, come un’antologica dell’artista che raccoglie e illustra il poliedrico mondo estetico di Carresi, caratterizzato da un totale dominio delle materie e come tale capace di trasformare la stessa mostra antologica in una piccola grande summa di saperi plastici e di invenzioni.

Ci sono tante mostre in questa mostra.
Ci sono anzitutto le sculture grandi.

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C’è la ballerina di gesso patinato, leggera  e solida campeggia nel foyer, in posizione seconda, gambe aperte e tese, mani congiunte dietro la schiena, tesa in uno slancio verso l’alto, svetta monumentale con invisibili equilibri di statica e dinamica, come sta in piedi? Con la capacità dell’arte di affrontare il problema tecnico e risolverlo con l’estetica; dentro la ballerina non ci sono solo le ragazze di Degas o di Messina, c’è piuttosto il Cronide di Capo Artemisio con cui la ballerina dialoga da 2500 anni, sicuramente.
L’altra scultura intera è la bagnante, anch’essa danzatrice in qualche modo come quasi tutte le figure femminili di Carresi, è seduta nella grazia geometrica del suo disegno poco smussato, stilizzata dentro un’ellissi perfetta. Perfetta e compiuta come il moto di evoluzione di un cosmo. Perché tale è. Circonfusa dai satelliti di grafiche, modelle  disegnate attorno, stilizzate allo stesso modo come a ribadire, nelle forme e nei corpi sempre, il primato del disegno, della progettazione visiva prima che plastica.

Ci sono i busti maschili.

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C’è, accanto alla ballerina, il busto magnetico di un giovane senza tempo; gli addominali in tensione, le spalle distese, un bronzo all’apparenza; una porzione di scultura ritrovata in qualche fondale magnogreco, in apparenza, così nudo, bello, eroico, ellenistico; in realtà quel mezzo torso è un paesaggio ulteriore che apre e chiude il cerchio, parte da Riace e arriva al Novecento con la scomposizione e ricomposizione del corpo, dello spazio, della luce e della compiutezza del frammento (concavo e convesso) che si regge da solo, autonomamente, con la perizia del pensiero e della tecnica che l’ha generato; autonomo perché questo è Prometeo (colto nel riposo dell’eroe, senza supplizio), come oggi ancora l’artista stesso. Il busto virile ha per titolo “Sequestro 1”  è in resina patinata verderame, una biscia spiralica sospesa dinamizza ulteriormente lo spazio e il vortice attorno alla sua figura umana, troppo umana.

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Altro tronco di figura maschile è l’Ulisse che campeggia al centro della sala espositiva, anch’esso in resina bianca e foglia oro, sembra scolpito nella pietra; è un giovane uomo dal capo chino dall’espressione quasi greve, ha in spalle il carico del corpo esangue di un animale la mano destra protesa a mostrare la testa (dalle corna spirali che) di un capro forse un tragos, il capro della tragedia, emblema del canto tragico della conoscenza di cui Ulisse è simbolo e sacrificale demiurgo. Ma è la luce a narrarlo, più che la letteratura, il mito e la sua tradizione;  è la luce a cantarlo a tutto tondo, in momenti diversi dello spazio e del tempo, è sempre la luce a creare, a interpretare quel canto del giovane Ulisse, a volgerlo in dramma, in lirismo, in terrore e ancora una volta bellezza. Contemporanea bellezza, qui e ora, oltre l’atavica polisemia del mito sempre attuale.

Nell’altro busto, dal titolo emblematico “Sequestro 2”, la figura umana tematizza più esplicitamente e drammaticamente la denuncia del fenomeno dei sequestri in Aspromonte e, contemporaneamente, anche della violenza dell’uomo sull’uomo, eterna, come eterno è il primato etico della libertà.
Nel modellato la torsione estrema di un corpo un torso avvolto, insaccato e legato come si fa con la materia inerte da contenere,  i salami o i cadaveri da buttare in mare, formalizza la rivolta fisica e metaforica contro la costrizione all’immobilismo e alla negazione di ogni vitale identità. Il sequestrato è un altro eroe anonimo, il volto indistinto, la sua ricerca della libertà è nella tensione estrema, sempre viva e attiva, nel corpo che sprigiona vita e la urla alla mente, ai cuori. Ma più che violenza c’è estrema armonia, forse per questo  il busto drammatico del “Sequestro 2”  , sul piano formale è una “menade danzante” del 21° secolo, nella torsione ascendente con cui lacci e corpo disegnano i volumi e lo spazio,  un piccolo rapace ricurvo sul fianco, la biscia e le sue spirali ad animare ulteriormente  il gioco di movimento e la luce fa il resto, come sempre. La sua forma non è mai statica, bloccata, è pura ribellione. Il torso del “Sequestro 2”  è semovente, rotea materialmente su un asse interno, non come un kebab crocifisso, ma come un ballerino su una gamba, è libero, finché libero è il pensiero che lo intercetta.

C’è infine, tra queste sculture di media grandezza,  il totem laico del gufo e della tartaruga scelto per la copertina del catalogo. Il gufo e la tartaruga, simboli atavici del cielo e della terra, forme apotropaiche di saggezza, vigilanza, solitudine, pazienza, resistenza. Tra loro connessi dalla biscia stilizzata (leit motiv ricorrente in tutta la mostra) che disegna il movimento e lo armonizza. Ma il gufo, la tartaruga e la biscia, graficamente marcati nel disegno  che toglie apparente tridimensionalità sono soprattutto solidi plastici ben differenti assemblati a definire un’unica forma piramidale attraverso il movimento, la dinamica, come sempre di torsione ascendente, centripeta che sembra avvolgerle misteriosamente.  Il totem laico va visto e toccato da vicino e ogni volta apparirà differente.

Ci sono i ritratti. Tanti, intensi, espressivi.

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Ci sono soprattutto le testine (un po’ più piccole della grandezza naturale) in cera, in gesso, in terracotta, in ceramica, in cemento bianco, in resina. Ma possono sembrare in pietra, in legno, in bronzo, in tessuto a seconda della patina prescelta. I ritratti sono preferibilmente donne, bambine, ragazze o giovani ragazzi. E la loro dimensione umana psicologicamente prediletta, amata. Questi ritratti sono riflesso intimo di quell’umanesimo figurativo preponderante che attraversa tutto il mondo narrativo di Carresi.  In generale in tutte le sue rappresentazioni il femminile sembra danzare nella vita delle forme, come la grazia incarnata mai leziosa, la grazia umana del pensiero prima che della postura corporea, liberata, anche formalmente, dalla retorica sensuale della carne e dell’ideale sensuale di femminino creatore, materno inquietante o rassicurante. Il femminile come forma dell’umano,  prima ancora che di un genere.

Ci sono “le sculture attraversate dall’aria”.

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Perché anche l’aria, la riserva, lo spazio, il vuoto (che non è mai vuoto), è materia per la forma, assieme alla luce. E anche qui, attraversando e superando tutte le tematizzazioni  già focalizzate nelle pregnanti narrazioni contenutistiche di denuncia (le tante via crucis del naufragio, quello universale di Ulisse e di tutti naviganti nell’atto di naufragare, gorgoni inquietanti che danzano graziosamente sulla spiaggia degli abissi, fondali marini come minacce o risorse) o di riscatto (la pesca del pesce spada che diventa una danza, l’aquila aspromontana al vertice di un vortice,  Icaro come acrobata capace, a traversata a nuoto e un tuffo marino che sempre  diventa un volo, perchè aria e acqua sono la stessa materia per la plastica e per il sogno)  si approda al primato della forma e della materia. Appare evidente insomma che l’elemento narrativo, cronachistico o mitologico è spesso non solo occasione universale per sviluppare temi sempre vivi , ma soprattutto temi formali, soluzioni plastiche.

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Queste “scene” sono quasi tutte piccole architetture plastiche capaci di svilupparsi liberamente nello spazio, di disegnare attorno allo spazio, in un sapientissimo gioco di vuoti e pieni,  una calibrata costruzione di forme e volumi figurativi e geometrici su cui s’innesta una sottilissima sintassi delle superficie, un ulteriore virtuosissimo gioco di luci ed ombre insito nella grana della superficie (spesso raggiunta nei bronzi con il modellato direttamente in cera, alla maniera greco antica) o nella pittura delle patine, componimenti in cui la plasticità, il dinamismo della materia e della forma, è la sempre la vera narrazione di ogni quadro scultoreo.

Insomma, piccole o grandi che siano, le sculture di Carresi  muovono la materia, anzi la fanno danzare col controllo balistico dei danzatori che spesso sfida la gravità. Il dinamismo è perenne nei lavori dell’artista reggino, nessuna forma è mai statica, bloccata nella materia (fosse anche cemento) tutto vive e si muove. E questa è la grande lezione estetica ed etica dell’arte della scultura, da Policleto in poi.

Le grafiche (incisioni, terre, grafiti, matite grasse, sanguigne) pur eccellenti, di varie dimensioni e tecniche sono un po’ penalizzate dal protagonismo delle sculture che ruba la scena e l’attenzione,  le grafiche sono costrette a fare da fondale seppure assolutamente integrate con le opere a cui spesso fanno da rimando tematico  (Icaro, la spiaggia, il gufo e la tartaruga, modelle) in  un dialogo sottile ed evidente, come se le sculture si riflettessero nel disegno che le ha progettate e viceversa.
Le grafiche confermano la sapienza progettuale e polivalente di Carresi, l’eccletismo dei suoi interessi, l’unità di stile.
Il segno sempre che precede il disegno di ogni scelta plastica.

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Merita una menzione particolare l’allestimento della mostra, ideato e realizzato dallo stesso artista. A partire  dalla scelta non casuale di supporti  solidi e “leggeri” che creassero il senso di ariosità attorno ad ogni singolo lavoro, piccolo o grande,  e rispettassero, al contempo, sia  la percecezione di tuttotondo , sia il senso di leggerezza sospesa .

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Ideata da Carresi è soprattutto  la distribuzione e l’interazione delle opere nello spazio dei locali espositivi messi a disposizione dal teatro. Distribuzione e interazione estetica che ridisegnano e ricompongono lo spazio valorizzando la resa d’insieme (per cui si ha la sensazione di “stare i mezzo” a entità comunicanti e mobili come persone) ma anche la fruizione diacronica della sequenza dei singoli  pezzi che si sviluppa in un gioco dinamico (e sottilmente teatrale come nel barocco) ed equilibratissimo per proporzioni volumi di rimandi precisi tra un lavoro e l’altro, da un punto all’altro dello spazio archietettonico divenuto così, per merito e volontà dell’artista e seguendo i presupposti della “teoria del campo” (teorizzata dalla psicologia della Gestalt e applicata alle percezioni visive da Marcolli) spazio mutante, plastico e narrante.

Oltre al primato del dinamismo plastico quello che colpisce nei lavori di Carresi è la misura,  l’essenzialità della forma, la compiutezza presente in quasi in tutte le opere;  questo sapersi fermare prima di ogni possibile compiacimento, con una sezione aurea interna che garantisce (come una legge di fisica dominata) la bellezza raggiunta, conosciuta, di ogni cosa: l’equilibrio delle proporzioni, la pulizia delle forme, il dinamismo della materia e del segno, la chiarezza dei contenuti. Perché la misura è sempre  la chiave di ogni equilibrio, tensione, resistenza, ponderazione, controllo.  La misura formale, estetica e morale.  L’ antica metriòtes aristotelica forse.
La misura controllata è, nell’arte vera di Carresi, manifestazione concreta della conoscenza profonda di un mestiere scandagliato tecnicamente e culturalmente con la palestra quotidiana e solitaria della ricerca, mai nell’improvvisazione, la misura è in Carresi la manifestazione riconoscibile di un dominio totale della materia, delle materie. E il dominio della materia, si sa, è l’ancestrale dominio del pensiero.
Questa conoscenza, questa sapienza rivelata dalla misura, oltre ad essere arte è anche lo status stesso della libertà dell’artista. Perché  “fatti non fummo a scolpire come bruti”, perché solo la ricerca e la conoscenza che ne deriva consentono di affrontare “liberamente” la materia, narrarla in una forma scelta, con una tecnica conquistata con lo studio, in uno stile autenticamente personale e consapevole. Questo il teorema Carresi, applicato alla forma. Ineccepibile.

Misura, ricerca e conoscenza: questa è libertà dell’artista, non ha bisogno di alcuna superiore concessione. Perché è subordinata al suo libero arbitrio, alla sua capacità, alla sapienza e alla sua onestà intellettuale. E questa libertà è, da sempre, il suo riscatto, quello che offre non solo all’arte ma alla comunità, all’umanità stessa, trasmettendo i valori a cui educa la pratica dell’arte: la libertà e la resistenza.

La concezione plastica di Carresi è controllata stilisticamente da un classicismo libero da pregiudizi formali, è ben strutturata su post-giudizi etici ed  è certamente ispirata a un profondo umanesimo immanente, universale. Per Carresi la scultura è ancora e sempre l’immagine che incarna un’idea, esprime un sentimento. E come tale va espressa con “parole” esatte, con linguaggio polivalente.

L’assimilazione dei modi antichi pur evidente è superata da raggiungimento di una concezione estetica moderna e personalissima. C’è, ben digerita e metabolizzata, tutta la lezione del 900 da Giacometti a Manzù, da Marini, Martini, Greco, Medardo Rosso, Henry Moore; lezione ineludibile per il mestiere di scultore.
Ma l’interpretazione personale della materia, quale che sia – bronzo, gesso, cera, argilla, resina, cemento cenere, aria, luce – emerge in Carresi con uno stile inconfondibile e unico. L’arte di Carresi è la danza della materia che si fa forma; lo slancio elegante, vigoroso, armonico, misurato è la cifra che anima il pensiero e i lavori di questo artista.

Le sculture di Gennaro Carresi al teatro V.Emanuele di Messina. Una mostra preziosa, sapiente, elegante, emozionante. Un vero dono d’arte.

Cristiana Casuscelli
Messina, 30 Maggio 2018

foto di Franco Libro

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Bisegni, l’elogio dell’invisibile

BISEGNI, l’elogio dell’invisibile

Soltanto ciò che ho disegnato ho veramente visto (Goethe)

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La Mostra grafica “Bisegni” di Nino Cannistraci e Dora Casuscelli, alla Galleria Kalòs di Messina dal 7 al 13 Aprile, è ispirata a due narrazioni ben differenti del genere disegno, forma universale alla base di ogni arte visiva.

Sono narrazioni parallele, bi-segni appunto, nel significato di forme, temi, tecniche.
La  matita di Cannistraci avanza per simboli, liricamente, verso una mise en scène di mitologie personali;  la china ad alta definizione di Casuscelli s’addentra con rigore divertito nei paradossi di una progettazione geometrico-onirica.

In queste differenze estreme, nei lavori di entrambi, appare la comunanza percettiva di un Mundus Imaginalis, quel mondo immaginato e non visibile in cui  le idee appaiono come oggetti narrati dal segno, pronte a reificarsi.

Nei bi-segni di Dora Casuscelli  e Nino Cannistraci appare questo avventurarsi segno dopo segno, con estrema sicurezza, nello spazio fisico del foglio bianco – bianco ma non vacuo – come nello spazio metafisico del pensiero, verso l’esplorazione dell’immaginato; demiurghi entrambi di quell’epifania delle idee che è il disegno, di quell’elogio dell’invisibile che è la ricerca di ogni eccellente disegnatore.

Così tra i segni diversi , quasi opposti,  dei lavori di Casuscelli e Cannistraci,  tra pensiero dell’una e poesia dell’altro, tra la forma conclusa dell’ idea compiuta e la forma aperta del bozzetto pittorico, tra il rigore intransigente del bianco e nero e tra le infinite possibilità del colore,  tra il controllo razionale (e talora la vertigine) del segno e il  tormento emotivo della ricerca, tra ironia e lirica, tra paradosso e sinestesia, tra  la costruzione di entità geometriche possibili e impossibili (ma sempre dinamiche quasi viventi) e i  paesaggi metafisici abitati da cavalieri, felini, amanti avvinti, chimere, icone perpetue dell’umano, tra questi due universi paralleli  si palesa la testimonianza di una medesima  necessità: la comune ostinata ricerca, l’esplorazione dell’immaginario puro,  l’avventura dell’invisibile, che in esso trova, scopre, inventa,  crea: il disegno.

La  mostra Bisegni per la dualità con cui è concepita si offre come occasione ghiotta, e anche rara, per interrogarsi sullo specifico del genere disegno e sui fondamenti che lo presiedono.
Anzitutto ribadisce che, ancora oggi  in tempi di grafiche digitali, il disegno  – matita in mano  e seste negli occhi – è sempre la base imprescindibile non solo di ogni arte visiva, ma di ogni linguaggio visivo in genere, è  la premessa  ineludibile di ogni comunicazione visiva,  speculativa o creativa.  Ancora oggi il disegno soprintende ogni tipo immagine poiché riproduce e reifica lo stesso procedimento cognitivo dell’occhio e del pensiero decostruendo e ricostruendo sia il visibile che l’invisibile attraverso invarianti percettive selezionate e tradotte in segni dall’artista.
Questa mostra ci rammenta che immaginare, vedere e disegnare sono stadi diversi di una medesima attività percettiva e che, nella nostra mente, siamo tutti disegnatori in qualche modo;  chi guarda, chi immagina, chi pensa, chi ricorda, chi sogna, chi prefigura nella mente sempre disegna perché, anche senza una matita,  decostruisce e ricostruisce continuamente immagini con gli occhi, con la memoria, con il pensiero,  con la grammatica onirica, con le emozioni che cambiano nel tempo, così che ogni immagine ricomposta, restituita, narrata (sia una visione astratta, un ricordo, un’emozione, un sogno, un frame, un déja vù) è sempre e comunque un disegno nella mente.  L’invisibile percepito,  l’idea narrata, l’immagine formata, vista nella mente.

Ma i lavori di Casuscelli e Cannistraci ci fanno “vedere”  soprattutto che il disegno è l’atto ulteriore e conclusivo di questa narrazione visiva mentale, immaginata,  proprio per quel talento maieutico dell’artista disegnatore di trarre dall’immaginario percepito (l’invisibile)  i significati visivi, di selezionarli, di isolarli, di focalizzarli e di ricomporli nuovamente, di  tradurli in segni coerenti (il visibile) con la matita o il pennino, ricreandoli con sensibilità e sensualità propria, col il ritmo della mano e del respiro, con tormentato edonismo o  con autistica immediatezza,  con spirito medianico o con algebrica alchemica concentrazione, illuminandoli infine per renderli  visibili fuori di sé, agli altri, traghettandoli sul foglio, nel mondo fisico della percezione comune.
L’arte autentica del disegno insomma è ancora qua e lotta per noi.
E la sapienza del disegnatore è quella distillata nei “bisegni” di  Casuscelli e Cannistarci con la stessa consapevolezza del “cogito ergo sum”.“Disegno ergo vedo” vengono a dirci con l’orgoglio di chi narra un’idea con la capacità di saperla narrare, di farla vedere, di trarla dall’invisibile della percezione personale al visibile della percezione di tutti,  alla disponibilità del patrimonio comune di un inconscio condiviso.
La tecnica padroneggiata, base di questa consapevolezza, diventa dominio di uno strumento estremamente esercitato, del linguaggio che sa narrare le idee perché le sa “vedere” , inseguire, trovarle nell’invisibile. Il disegnatore può narrare le idee perché le può “vedere”, perché vive in quello che i filosofi persiani chiamavano “Mundus Imaginalis” la zona intermedia fra il mondo visibile e il mondo invisibile, la zona di passaggio tra il mondo delle idee e il mondo della materia, l’intermondo neurologico in cui si alimenta l’immaginazione, dove l’idea diventa oggetto disegnato e l’oggetto disegnato, a sua volta,  il seme di un progetto, la radice di un pensiero, la mappa di un percorso, la forma di un racconto, l’estetica di un’etica.
A determinare l’esplorazione, il cammino (talora l’inseguimento) di ogni disegno di Casuscelli e Cannistraci ci sono  tutti richiami visivi da inseguire, da  afferrare e  sottrarre (per sempre!) all’evanescenza dell’inconscio; sarà l’ossessione di una forma,  il richiamo di un’icona o  del volume di un solido, la seducente ambivalenza dello spazio-tempo, l’inganno di un’ombra sul foglio,  il concavo che si fa convesso, la sagoma dell’animale che si fa uomo o quell’uomo che si assimila alla donna,  il tono di una luce,  la psichedelia geometrica della pelle del serpente,  come una mappa chiara mostrarci che il disegnatore è ancora  l’esploratore più attrezzato per avventurarsi alla scoperta dell’invisibile, con coraggio disinibito ma anche con la mediazione delle regole  assonometriche, col microscopio o il cannocchiale della conoscenza per vedere e riprodurre l’infinitamente piccolo o l’infinitamente lontano che siano i tratti anatomici di un animale o le forme di un protozoo, caratteristiche morfologiche,  volumetriche o cromatiche di un volto,  o quelle plastiche di solidi geometrici, che  siano icone antropomorfe, stadi allucinatori mediati, personaggi del mito, paesaggi dell’anima.  Questa è la poetica di ogni disegno, questa la scaturigine della mostra Bisegni di Cannistraci e Casuscelli.
E questo è il godimento esiziale che l’esperienza di  “Bisegni” restituisce e traduce ai nostri occhi, alla nostra consapevolezza,  alle nostre emozioni:  vedere nel disegno quello che il disegnatore ha visto nell’invisibile, nel suo come nel nostro; sapere che quello che il disegnatore sa,  riconoscerlo, sapere che viviamo immersi nella percezione dell’invisibile, che l’invisibile non è il contrario del visibile quanto piuttosto  la sua naturale continuità,  sapere che l’esperienza intima e introspettiva del disegno offre ai sensi la percezione tangibile di questo nostro invisibile poiché gli dona compiutezza, significato oggettuale, visibilità, realtà.
Bisegni è l’invisibile che siamo , che percepiamo di essere e che possiamo “vedere”, finalmente,  con lo stesso che occhio guarda  il visibile.  Insomma il privilegio di essere disegnatori, artisti, di  essere Cannistraci e Casuscelli, un privilegio questa mostra.  Tutta da “vedere”.

 

Collezionista di gesti

Stimparino collezionava di tutto, per Milagro era un piacere andarlo a trovare.
La casa era un’enorme stanza in penombra. Un magazzino quasi. Un fondo senza fondo mai abbastanza pieno  di esperienze; nuvole, sguardi prolungati, sassi di mare, aggettivi, calze di lana, spine senza rose,  racconti di sogni, delusioni, equivoci, meteropatie, gelsomini, macchie sui muri, musichette rassicuranti, pezzi di carta, frasi preziose,  tappi di bottiglie di vino, lettere scritte con passione e mai spedite,  cose di colore rosso, silenzi volontari e involontari, pomeriggi oziosi, avverbi rari,  smascheramenti, punti di vista, pregiudizi superati, stupori, pernacchie tempistiche, bellezze inconsapevoli, mani, buoni consigli fuorisincrono, bottoni smarriti, accendini ritrovati, traspies, suoni familiari, rumori nuovi, ritorni, vari tipi abbracci, domande chirurgiche, risposte taglienti, lune, amiche molto belle, dichiarazioni tardive, labirinti, telefonate notturne, valutazioni mediocri, lunghi commenti in post brevi, qualsiati tipo di ombra, spiegazzature, baci estorti, riscritture di finali storie , odori umani.
Almagro camminava un po’ eccitato il quel mondo di collezioni, le toccanva  furtivamente, come fossero cose sue, perdute, dimenticate dalla vita, e tutte ben riposte nell’anima, ritrovate nel magazzino di Stimparino.
C’era ancora tutto:  sonni omerici,  età interiori, film autoprodotti, dialoghi immaginati, ottime scuse, pessimi alibi, oroscopi inventati, molte considerazioni cronopiche, pause, riserve, risposte inutili, risposte utili, piedi nudi, nuotate sottacqua, freddi irriducibili, simboli, rimedi, scelte, luoghi del tempo, passi,  biodiversità, giorni di soledì, vezzeggiativi pe tutti, litigate terapeutiche,  borsecalde,  segreti altrui, messe occasionali, funerali memor, finestre sconosciute illuminate, androni di palazzi, direzioni immaginarie di sinfonie, trashologie, cazzeggismi di primo livello, libridini, piante rinate o sepolte, azzardi, verità ben assestate, pianti lunghissimi, corpo a corpo sul divano, specchi onesti,  regole inventate e rispettate, risate col maldipancia,  mancanze piene, conversazioni impossibili, cazziate a quelli che ami,  critiche costruttive a fondo perduto e non richiesto,  incoraggiamenti a perfetti sconosciuti,  gravi ignoranze musicali (tipo i Pink Floyd).
Stimparino sorrideva con gli occhi,  lasciava aperta quella enciclopedia dell’effimero in casuale bella, alla bisogna di ogni necessità, senza spiegare nulla.
Almagro era attratto da uno scaffale, la collezione di  gesti, quasi tutti perfetti,  gli sarebbe piaciuto averne uno uguale.
Ma capiva che ci voleva tempo e occhi buoni per una collezione così.
Stimparino si avvicinò, intuì quel luccichio negli occhi di Amagro e disse all’amico:
“Per scovare buoni gesti ci vuole uno sguardo musicale e pazienza. È una questione di cadenza, di modo e di tempo uniti dall’istinto. È una questione di groove dello sguardo, dell’orecchio nel tempo preciso dell’attimo. Devi stare lì in ascolto costante, in attesa,  come un basso continuo, facendo finta di non esserci, di non aspettarli, furtivo e invisibile, allora li acchiappi i migliori. Bisogna dargli spazio, mai anticiparli, altrimenti scappano, svaniscono. Devi fare così sempre, anche se li conosci già. ”
Almagro sorrise per ringraziare l’amico della risposta intuita, per il gesto di Stimparino
Pensò che anche lui aveva una sua piccola collezione del giorno: Rivedeva e risentiva quel certo modo di stare distante col corpo del ragioniere Lopaco, che preservava lo spazio fisico da non oltrepassare, la lontananza di quello sguardo che stabiliva la distanza invalicabile, fisso davanti a lui guardando altrove. Il corpo e lo sguardo del signor Lopaco erano tutto un gesto di distanza cercata, rivendicata. Almagro doveva resistere alla provocazione di quel gesto, a quel certi modi di non toccare, di mescolarsi con niente.
Lo compensò immediatamente al corpo e alla voce della Signora Mira, la cassiera del bar di sotto. Aveva tutto un suo modo di  essere per l’altro nell’inflessione della voce materna calda, canterina, vezzeggiava il mondo anche se ti dava solo lo scontrino, creava una vicinanza con il suono della voce e con gli occhi che ti venivano incontro, col modo stesso di muovere le mani, abbracciava sempre il mondo come un figlio.

Certi gesti contraddittori come ossimori, uno che butta una carta a terra, mentre si lamenta della maleducazione di parchggia in seconda
O la cura concentrata edel nuovo inserviente del bar  ricarica i tovagliolini nel portatovaglioli?
Il modo che ha il vostro amico di muovere il pacchetto di sigarette quando fa una considerazione a cui non crede nemmeno un po’ e per cui non è necessario replicare.
Il movimento leggero del capo con cui il giornalaio vi saluta anche se gli passate davanti e non comprate nulla. Il modo di indugiare della mano sulla maniglia della porta che non sa aprirsi del tutto ma non vuole chiudersi, aspetta.

“Una volta li collezionavo tutti. I gesti che mi fanno innamorare, gesti potenti, gesti ignobili, gesti rassicuranti, gesti consueti, gesti inconsueti, gesti gentili, gesti volgari, gesti ridicoli, gesti divertenti, gesti esclusivi, gesti escludenti, gesti sprezzanti, gesti accoglienti, gesti illuminanti, gesti irreparabili, gesti riparatori, gesti attesi, gesti mancati, gesti miseri, gesti orripilanti, gesti perfetti.
Il gesto perfetto è un’opera d’arte gettata nell’immanente” continuò Stimparino con orgoglio di esteta ” è il punto in cui l’istinto cadenzato del modo e del tempo di dentro, prende forma, fuori, nella potenza della bellezza.
Ecco io davanti al gesto perfetto m’inchino, sto zitto. Finalmente sto zitto  e cedo il passo.
Ubi major verba cessat! Rimango incantato, ammirata, quando un gesto sostituisce una risposta o quando, addirittura, fa una domanda, e incoraggia un altro gesto. Lo pretende.
Accade di rado ovviamente, sempre più di rado. Ma accade.
Anche se siamo abituati a sostituire i gesti con le parole, come se le parole davvero potessero qualcosa: nnamo, dimo, famo… faremo, saremo, fummo, mai, qui e blàblàblà… Tutto da verificare.
Ci sono volte poi che io le parole le prendere a sberle, tanto sono inutili, messe lì solo per comparire e farci fare buona figura, ma senza significare neanche un po’…
La tratta delle parole stipate a dare un nome il vuoto con il loro rumore,  parole che non sanno di niente.  Sanno sempre di vuoto.
E intanto… tra i tanti gesti di ogni giorno, ci  sono gesti bellissimi, veri, pieni di sostanza.
Gesti quotidiani che cadono nel vuoto dell’invisibilità… sotto i nostri occhi assuefatti.
E bisognerebbe imparare ad ascoltare i gesti, ad assaporarne il significato, udire il movimento dell’animo, della sua azione attraverso il corpo. Il gesto non mente, compreso quello del buon attore.  È un segno affidabile, una guida sicura delle intenzioni, dei desideri più intimi e autentici. Ed è importante riconoscere il gesto autentico, che è bello solo quando incarna il significato, quando coincide col significato, quando “è” il significato.  Altrimenti il “bel gesto” fine a se stesso è solo aria fritta, balletto, pantomima. Ridicolume irritante. (troppe rose di scuse ho ricevuto! troppe… per amare ancora le rose) Il finto bel gesto, il gesto fine a se stesso, vuoto …. è la cosa peggiore, è l’ostentazione di qualcosa che di fatto non c’è, la certificazione della sua mancanza. Meglio la solita fiction delle parole allora.

A volte credo che l’amore sia tutto fatto di gesti, senza neanche una parola.
E  credo che, nell’amore, persino le parole siano gesti.

“Solo quando li riconosci bene puoi nominarli. Ma basta lasciarli parlare e non c’è bisogno nemmeno di  interrogarli anche se sono  estranei,  nuovi.
I gesti dicono sempre.  A volte Fanno. Possono. I gesti curano o feriscono.
Costruiscono continenti o li distruggono in un nanosecondo. Ritraggono intenzioni. Svelano mondi interiori, intelligenze, insicurezze.  Mediocrità, profondità. Dicono tutto. Più e meglio delle parole.

Messina 16 Febbraio 2008

Capisco e non capisco

Capisco.

Capisco il salotto dei piccioni sul tetto del vicino
Capisco quelli che vanno ai concerti, anche se è inverno e piove
Capisco i sacchetti, le buste, le trusce di piccoli rimedi
Capisco le fughe dall’intrattenimento
Capisco le voci dei ragazzini che escono da scuola
Capisco la pazienza, anche quando finisce
Capisco le stanchezze di chi lavora
Capisco l’atrofia di chi non lavora
Capisco i passaggi in auto
Capisco l’ostinazione necessaria di chi fa musica
Capisco l’imbarazzo che faccio
Capisco quelli che leggono in pubblico o di notte
Capisco quelli che non sanno che ore sono
Capisco quelli che si fanno i film
Capisco chi perde
Capisco chi sa fare le domande e le fa
Capisco il meteo
Capisco la luna
Capisco i sogni
Capisco le palliatine
Capisco tutti i tipi di silenzi
Capisco i vestiti di qualcun altro
Capisco le scarpe comode
Capisco il divano e lui ricambia
Capisco la notte e le voci dei doppiatori italiani anni ’40
Capisco gli artisti, tutti, quelli veri e anche quelli finti
Capisco chi annaffia le piante
Capisco chi spegne il telefono
Capisco i cieli della mia città che sprofonda
Capisco i letti disfatti
Capisco chi ama Mozart
Capisco chi ha una dipendenza da Bach, compositore, non fiore
Capisco i difetti
Capisco le arance
Capisco l’ipocondria
Capisco le farmacie
Capisco il mare
Capisco le illusioni
Capisco le pernacchie
Capisco la mia generazione
Capisco la fuga
Capisco il tempo che passa
Capisco il corpo che cambia
Capisco le telefonate a fondo perduto
Capisco i ringraziamenti e la buona educazione
Capisco molte forme d’intelligenza, anche non umane
Capisco alcune forme di stupidità, quasi tutte umane
Capisco chiunque sia straniero, prima o poi
Capisco i social
Capisco chi non ascolta
Capisco i pregiudizi
Capisco chi si piglia la questione
Capisco gli animalisti non vegani
Capisco gli animali, anche feroci o commestibili
Capisco frutta e verdura
Capisco lo zenzero
Capisco le nuvole comunque
Capisco i fantasmi, meglio se discreti
Capisco tutti gli specchi, anche quelli feroci
Capisco chi si muove a piedi
Capisco i gatti, forse li invidio
Capisco la pizza
Capisco i pazzi
Capisco il vino

Non capisco.

Non capisco i mezzi pubblici
Non capisco i telegiornali
Non capisco l’indifferenza
Non capisco le omissioni del quieto vivere
Non capisco i suv
Non capisco Dio
Non capisco chi non capisce i vantaggi di amare
Non capisco certi artisti fasulli e orgogliosi
Non capisco le convenienze sociali
Non capisco i grattacieli
Non capisco gli apericena, gli aperitutto
Non capisco i locali nuovi
Non capisco gli opinionisti, gli influencer
Non capisco i salottini sui social
Non capisco i twittatori più veloci del web
Non capisco i cyberbulli e le cyberbelle
Non capisco i genitori infantili
Non capisco il bello della volgarità
Non capisco i furbi
Non capisco dove sono finiti i libri, i lettori
Non capisco le prenotazioni
Non capisco le piste ciclabili
Non capisco i viaggi organizzati
Non capisco chi deride invece di dare risposte
Non capisco i medici senza vocazione
Non capisco le narrazioni giornalistiche
Non capisco le vere ragioni del terrorismo di turno
Non capisco la globalizzazione
Non capisco quelli che si lamentano comunque
Non capisco il vuoto in vendita e chi lo compra contento
Non capisco la rinuncia
Non capisco il comodo
Non capisco il freddo e chi lo ama
Non capisco la metà, la mezza verità, la mezza bugia
Non capisco certe sfortune e certe fortune
Non capisco la vanità dei maleducati
Non capisco i vantaggi dell’invidia
Non capisco le vite senza memoria
Non capisco me stessa quando mi ostino
Non capisco la radio di oggi
Non capisco la brutta musica accesa ovunque e comunque
Non capisco i tributi, il riciclo della memoria senza memoria
Non capisco la retorica dell’economia
Non capisco la gogna mediatica
Non capisco il telepettegolezzo al posto della notizia
Non capisco la pre-verità e la post-verità
Non capisco la mancanza di pudore e di vergogna
Non capisco la paccottiglia delle fashion victims
Non capisco la selfiefilia
Non capisco quelli che dormono poco e se ne vantano
Non capisco i tatuaggi, la nail art, l’extension, la moda trash
Non capisco la musica fredda, tutta elettronica, fotoscioppata
Non capisco la montagna, ma so che lei ricambia
Non capisco chi si lamenta del caldo e del freddo
Non capisco il buffet e il finger food
Non capisco la quinoa, l’orzo perlato, l’idrocolon
Non capisco i negozi di animali
Non capisco la bistecca vegana
Non capisco i ricchi e chi li ammira
Non capisco i voltagabana politici, mediatici
Non capisco l’assuefazione alle bufale
Non capisco l’estinzione dei buoni esempi
Non capisco gli ignavi vecchi
Non capisco l’uguaglianza
Non capisco l’umorismo politically uncorrect, ma anche quello correct
Non capisco i bambini maleducati e i genitori fieri

Non capisco gli uomini con sopracciglia depilate
Non capisco le donne botulinizzate
Non capisco quelli che non sanno invecchiare e sono già vecchi

La verità del trucco

Toilette delle signore. Due tanguere si truccano.
Una bella fanciulla bionda, occhi azzurri, chiarissima di pelle ha appena finito mettersi il rossetto e guarda ammirata un’altra fanciulla bruna che si sta truccando gli occhi.
“ma che bel colore di ombretto che hai! E’ stupendo, è da tanto che  cerco questo colore, tu dove l’hai preso?” la bruna le mostra una polvere chiara con cui dava luce al suo sguardo
“dici questo?”
“ma no” ribatte la bionda “non dico questo colore, è troppo chiaro per me”
“quale allora?” fa la bruna
“l’altro, quello che hai sulle palpebre…  il marrone!”
“aaah…” fa la bruna con un mezzo sorriso”ma quello non è ombretto”
“e cos’è?” fa la bionda sempre più curiosa
“sono le mie occhiaie” risponde seria la bruna
“sì vabbe’ daaaai..?” replica la bionda pensando ad uno scherzo provocatorio o forse a uno stupido segreto  di bellezza da non voler condividere
“dico sul serio!” insiste posata la bruna “io non userei mai il colore marrone, lo detesto… ma avendo le occhiaie di questo colore, le sfrutto come ombretto… aggiungo solo un po’ di chiaro, un po’ di luce dove serve, sulla parte alta della palpebra, vedi?”
“nooo, non ci credo” fa la bionda diffidente, quasi indispettita.

Così  la bruna  si avvicina alla bionda e svuota la  trousse dei trucchi nel lavandino.
“Guarda, vedi per caso ombretti marrone tra i mie trucchi?”
La bionda controlla  avida e ripete “non ci credo, non ci credo lo stesso”
allora  la bruna  si avvicina, prende il bianco dito di San Tommaso della bionda e  lo strofina vigorosamente sulle sue palpebre occhiaiute
“guarda!” le intima  “allora?”
La bionda si convince, rimane basita e poi esclama  “fichissimo!”
“ebbè…”  fa la bruna  passandosi il rimmel tutta compiaciuta neanche fosse lo spot della l’Oreal “… che vuoi fare.. i difetti… c’è chi ce li ha e c’è chi non ce li ha…. io modestamente ce li ho”  Poi con aria soddisfatta guardandosi allo specchio aggiunge
“Ragazza, il mio è un trucco Zen, vero e oziosissimo, non lo si compra, lo si è”

Il trucco dunque.
Il trucco c’è. Per fortuna c’è il trucco a proteggere le nostre verità.
Sì perché per indossare una buona maschera di sopravvivenza bisogna prima conoscere il trucco che la sostiene.  Mica si può andare in giro con l’anima nuda. E per truccarsi bene, cioè in modo che il trucco non sia evidente, bisogna conoscersi bene, conoscersi davvero, luci, ombre, meandri, scintille. Tutto. Senza mentire, senza omettere, senza raccontarsela, senza illudersi.  Senza pretendere altro da sé.
Per un buon trucco la verità bisogna conoscerla tutta, dirsela fino in fondo.
Altrimenti il trucco ci aggredisce e ci tradisce senza pietà svelando tutte le vulnerabilità che pensiamo di nascondere, i limiti a cui vorremmo dare invisibilità o senso di pregio.
Un cattivo trucco può essere fatale, rischia di dire le cose che non vorremmo dire, proprio quelle che vorremo tenere celate, come debolezze segrete, faglie dell’ambizione.
Un cattivo trucco ce le dipinge in faccia spietatamente.
Quando mi trucco, quando cioè affronto la mia faccia e le sue intenzioni, devo prima parlarmi, interrogarmi. Devo chiedermi oggi chi sei? Oggi “chi sai essere”? Quale parte di te puoi raccontare senza mentire? Truccandomi non mi chiedo mai chi vorrei essere. Devo attingere a me stessa comunque.
A volte mi trucco “senza trucchi” e a volte dico la verità con il rimmel.
Insomma ci vuole grande onestà per “truccarsi”.
E non è necessario che il trucco non si veda perché sia un buon trucco.
E’ necessario che non ci tradisca, che non menta.
Che rispetti la magia del vero. Noi siamo anche il nostro trucco.
I trucchi dell’anima li lascio perdere perché la questione si farebbe lunga e cavillosa e non ho voglia di polemiche. Dei trucchi della seduzione (del genere specificicatamente sentimentale) ho poco da dire, tranne che  è dal 1989 che non ne incontro di degni, di veramente efficaci nel tempo.
Dei miei non dico perché  sfuggono alla mia stessa comprensione, funzionano a modo loro,  proprio non li capisco.  Vanno dove  dicono loro, non dove voglio io. E soprattutto non quando voglio io,  come se  avessi uno strabismo di venere (dolce venere di rimmel!) che colpisce l’oggetto sbagliato al momento giusto o l’oggetto giusto la momento sbagliato.
Insomma il mio trucco ha una sua verità ma nessun metodo, è fuorisincrono, antieconomico, ha un’efficacia paradossale da tempi carmici.
Praticamente non serve.
Perché in fondo il mio trucco  è non avere trucchi.

Messina 18 Novembre 2006

La casa moribonda

La casa non voleva superare il millennio.
E lo diceva chiaro, sebbene tutti facessero finta di non ascoltarla.
Ma come una bella casa grande e forte, fatta per superare tutto, pure i terremoti.
Quelli eventuali che da quelle parti non sarebbero mancati.  Una casa signorile, ultimo piano, soffitti alti, pavimenti in cotto decorato. Classe ’21.
Una casa così s’impuntava e diceva no io nel 2000 non ci voglio venire, lasciatemi qua, voglio morire qua. Era Cinastic. E  non c’era verso di convincerla, di adattarla alla contemporaneità e mostrarle che gran vantaggio fosse la contemporaneità tirando fuori qualche ipotesi di termopompa a caldo elettronico.  Lei cocciuta tirava fuori il suo plaidino liso in lana woolite e se lo stendeva sulle gambe, ostinatamente.  Potendo avrebbe acceso anche un braciere e piazzato le salsicce di sabbia antispiffero, ma si contentava della stufetta elettrica con due tubicini di resistenza arancione o di quella a gas. Le piaceva la fiammella azzurrina.   Da sola, a sferruzzare scialletti,  si  godeva quell’odore di legno vecchio e biscotti dell‘ingresso.
E già ci aveva provato, mica no,  tante e tante volte, e ora basta,  era stanca e non ce la faceva più; voleva invecchiare, ammalarsi a modo suo, essere debole… finalmente.
Quanti elettrodomestici s’erano avvicendati nelle parti sue più intime! Pezzi perennemente rottamati e sostituiti.
E quante volte aveva dovuto adattarsi a traslochi di mobili, camere, intenzioni, vite intere vite costruite, consumate, nelle sue stanze. Vite che l’avevano attraversata e poi abbandonata, sempre. Anime di quattro generazioni protette o trattenute dal suo tetto. Ed ognuna di esse passava a lasciare una invisibile traccia sulla sua anima. Spesso senza nemmeno accorgersene.
Ad alcune di loro lei non era mai piacuta, lo sa sapeva. Sapeva che non tutti l’avevano mai capita davvero, per via di quella sua stizza e delle bizze continue, per certi ostracismi di vecchia bisbetica e per la fatica che imponeva a tutti,  per prima a se stessa. Era una casa d’altri tempi, le comodità non le potevano appartenere,  la scomodità era prassi quotidiana dello stare al mondo. Cosa normale.
Se li erano già dimenticati gli anni (tanti) della vasca piena d’acqua.
Quando non c’era il serbatoio e l’acqua per la casa la si raccoglieva (quando arrivava due ore di buon mattino) nella vasca grande e biancoazzurrina e chi voleva lavarsi quella doveva prendere, fredda com’era e versarla col bricco di plastica nel lavandino. E per farsi una doccia solo la mattina presto o niente. Almeno 15 anni di quella vita prima che arrivasse il serbatoio e l’autoclave rumorosa da non potersi accendere la sera, la notte. La notte lei tornava ad avere la sua scomoda ragione: bricco e acqua gelata per certi bidè a gennaio.
Non si faceva amare no, con quegli spifferi alti due metri come le portefinestre e larghi centimetri, tanto che in certi giorni di tramontana vedevi le piante del soggiorno ondeggiare come palme. Ognuna delle sue 17 enormi porte di legno scuro cigolava con lamento di violino che soffre.  Cardini di un altro mondo quejaban,  intessevano racconti sconosciuti, una privata epopea di bandoneon domestici . Aprire o chiudere una  porta  qualsiasi era come attivare  un ponte levatoio medievale. Aprire una stanza o chiuderla era sempre un evento sancito per sempre da un cingolare lento, rumoroso, faticoso. E quella leggenda maniglie assassine! Nessuno credeva al racconto. Fin quando non ne faceva esperienza di persona: pungoli di ferro che colpivano a tradimento braccia, femori, busti, seni; con colpi secchi e sicuri, con lividi perduranti, trascoloranti di blu viola verde giallo.
Ma lei non voleva fare del male, intedeva  solo dire una cosa, avvisare, dire la sua, farsi sentire. Ad esempio voleva dire l’indignazione di quella a volta che la smutandarono, quando le tolsero tutte le tende subito dalle sue nude finestre entrò lo sguardo indiscreto di nuvole e piccioni a scrutarla indecentemente. Come dire della sua vergogna di vecchia signora pudica! Lo disse… lo disse a modo suo,  decidendo di gonfiare gli infissi di quelle oltraggiose porte-finestre: sarebbero state dure ad aprirsi e chiudersi. A seconda delle stagioni e del suo umore.  I balconi d’ un tempo, ferro battuto decò, destinati a un lento declino metropolitanto, centro sociale occupato per piccioni sfaccendati e piante grasse incomunicanti.
Poi ci fu la volta che la scorticarono, quando in un solo giorno le fu spellata la carta da parati come una pelle morta, nonostante quella fosse una pergamena di famiglia sopra la quale un pò tutti nonni, zii, cugini ci aveva appeso un disegno, un quadro, una foto, un poster, una cartolina, un sogno, un crocifisso. A tutti però sembrò normale che lei povera vecchia fosse ritinteggiata di bianco, infarinata di cipria come una debuttante ed esposta a quella nudità ridicola e vergognosa. Se ne fregarono che sotto quella finta pelle giovane le sue povere ossa di mattoni del ‘21 si sgretolavano ad ogni colpo. Continuarono ad andare su e giù per il lungo corridoio stanco, sempre uguale e fidato: arteria, esofago, bronco, pulsante di vita, di transiti perpetui. Trasportando vassoi dalla cucina, telefoni da una stanza all’altra. Indifferenti al collasso.
No, lei non andava trattata così.  E lo  disse eh…  mica si trattenne lo disse subito che non le andava punto quel modo di fare, che più rispetto ci voleva, chiribbio!
E proprio il giorno dopo il lifting nella stanza dei pensatori (la più adatta agli animi speculativi e sognanti) fece riapparire la buona vecchia macchia a forma di profilo umano, quella macchia stava lì da 30 anni e non c’era nessun buon motivo per rimuoverla. Aveva il suo bel perché a stare lì, altro che muffa nel sottotetto! Serviva alla meditazione, alle migliaia di scelte immaginate a quella decina di scelte intraprese.
Quella macchia era patrimonio di casa, dell’anima di famiglia.
C’erano poi  mobili a quali dava libera licenza di spostarsi al suo interno, potevano andare qui o là trovare nuova luce, nuovo respiro, nuovo senso. Ce ne erano altri che invece, a cui questo non era consentito. Ennò, non potevano mica muoversi e  non dovevano perché lei non voleva. Dovevano stare là dove stavano sempre da sempre. Magari avevano un piede rotto o  erano troppo pesanti, o troppo grandi e non passavano da porte e corridoi;  o magari erano indispensabli nella loro mansione come, all’ingresso, il sempiterno portaombrelli parente stretto dell’irriducibile appendiabiti,  come gli specchi che, senza mai invecchiare, raddoppiavano la luce lì dove era più buio o come i lampadari di ferro imabattuto che vegliavano dall’alto,   sentinelle mute ferme costanti davanti allo scorrere delle cose di sotto. Prendevano la parola solo se interpellati , per  allertare o rassicurare: “teremoto sì, terremoto no” . Insomma cose che dovevano stare lì lì e lì, lì dove diceva lei.  C’era sempre un indecifrabile perché.
Anche quando con insondabile spirito di prestigiatore manicheo faceva sparire e riapparire gli oggetti: scatole di latta ripiene di foto, lettere, guanti, sensi di colpa, riviste, articoli, vestiti da sposa, abecedari, tentativi falliti, pennelli, orecchini,  scarponi da sci, rancori,  spartiti, bomboniere, grammatiche di latino, bibbie,  monetine da 10 lire,  sciarpe, palle di natale, tinture di iodio, lucchetti, leoni d’avorio, il Capitale, forcine, telegrammi,  rosari,   centrini, monetine da 10o lire, enciclopedie delle fanciulle, plettri, profumi svaporati, certificati,  ditali, gomitoli, santini, traduttori, pettinesse, rimpianti, monetine da 500 lire, pinne, cartoline, cappelli, chiavi.
E gli odori. Conservava un misterioso album dei ricordi che apriva e chiudeva a sorpresa con  il vago sentore di anice dei sospiri di monaca, l’arancia alcolica dell’ amaretto di saronno  dal mobiletto dei liquori, la carta ingiallita (quintali) dei vecchisimi libri nelle vetrine, il dopobarba alla lavanda atkinsons, le tuberose,  il sapone da bucato sole, la candeggina, la cera per pavimenti  mescolati  a quello dei mobili di casa, alla polvere sopra l’armadio, alle colonnine di segatura dei tarli, alla singola vita di ognuno.
L’intera stanza nuziale dei nonni rimase intatta, nei 30 anni, con tutti i catafalchi al loro posto, l’altarino dei lari di famiglia, il collage di foto di  zii prozii cugini nonni  sul comò specchiera,  scortato dai nuovi protettori:  sante Rite e santi Giuseppi in tre dimensioni. Pareva ostinata a rendere irremovibili certe decisioni. Ma non era sempre così.
Non disse nulla la volta che la stanza ambulatorio del nonno medico sessuologo e cattolico divenne un magazzino per due lunghissimi anni.  E fu cosa grave, come sconsacrare una chiesa. Quel luogo sacro odorava di alcol e medicina, di seri discorsi e intimissime confessioni,  di umanissime storie passate di lì a procreare o a non procreare, a sapere dolorsamente di sè.
Tacque quando al lettino del dottore si appoggiarono biciclette pensionate, quando sul tavolo di marmo del laboratorio spuntò un ingranditore per foto; quando  infinite torri di libri apparvero tra microscopi e crocifissi, tra la vecchia olivetti e blu di metilene, tra i macchinari centrifugaspermatozoi e le  vetrine portamedicinali, rametti d’ulivo, provette di vetro, preghiere e ricettari, palme intrecciate,  televisori rotti.  Barbariche invasioni che  smotarono il Sacro medicale Impero.  Sotto il ritratto del medico pantocreatore, fissato nello spendore bizantino dei  suoi 50 anni, sorridente, camice semiaperto e stetoscopio al collo. Quando tutto questo accadde lei non disse nulla.
Tacque paziente per due lunghissimi anni. Capì la necessaria sconsacrazione.
E quando la stanza svuotata e ricoordinata rinacque a vita nova, dopo che  l’enorme Ara Pacis, la monumentale scrivania del medico sparì, adottata da una altro medico di famiglia; e dopo che al posto del microscopio apparve un umanistico computer ed una grande libreria e la rinascenza misurata di un tavolo di cristallo e di un piccola poltrona baldacchino per principesse bracche… lei sorrise ché quello ora le pareva proprio uno studiolo di San Gerolamo o Don Farolit perché ora così si faceva chiamare l’ultima abitante di quella stanza.
Il ritratto del medico però era rimasto fisso, sorridente a vegliare e a pantocreare. Anche se nessuno si spogliava più di vesti e paure sotto il suo sguardo competente e fiducioso.
La vecchia sala d’attesa piena di quadri , i quadri del pittore che il medico avrebbe voluto essere, e di libri antichi e nuovi sparì. Al suo posto apparì una stanzetta per bambini in legno chiaro dove si continuò a vivere.
Non disse nulla nemmeno quando portarono via il vecchio pianoforte della nonna e una fitta lancinante rimase lì per sempre al fianco destro della parete del soggiorno. Fece un solo sospiro quando deportarono le spoglie dell’amico divano, ne aveva raccolte tante anche lui di cose da dire e rimandare, faccia a faccia coi sederi di mezza Messina.
Aveva visto arrivare e andare via generazioni e generazioni di materassi di lana, gommapiuma, a molle, generazioni  di sonni, una diaspora di  sogni e di abbracci usciti in teoria silenziosa, senza degne esequie. E’ forse il sonno dei materassi men duro? Che vergogna, che mancanza di rispetto e di gratitudine. Queste ultime generazioni danno tutto per scontato! E niente mai lo è.
Persino il tetto che ti ripara, il povero umile tetto che si espone, che si prende tutto, scottature, tempeste e tutti gli eccessi del cielo. E per protesta, un lungo giorno di Marzo,  la casa lasciò che piovesse  dentro,  in quasi tutte le stanze,  tanto che non bastarono i catini e le bacinelle a raccogliere quel rubinetto d’indignazione perpetua.  Dovettero rifare il tetto  e, nel rifarlo, impararne il senso alto, profondo, e la gratitudine che gli si deve.
In cuor suo la casa, fin da giovane, mica si concepiva casa.  Aveva altri sogni, altre ambizioni. La casa si concepiva veliero. Avrebbe fatto volentieri a meno del tetto e per questo spesso si mostrava  insofferente alle pareti; voleva salpare per il cielo o per i mari del sud. Spesso si lasciava attraversare da  vento e  sole e acqua. Non temeva l’aperto. Anzi lo anelava con romantica passione marinara. La stanza di prua, con sei porte finestre,  era un cassero, tutta protesa nel porto aperto della piazza della città e la piazza; e la piazza, a sua volta, era protesa  nel porto naturale della città e la città, a sua volta, si apriva, tutta, al mare.
E rispondeva vibrando ad ogni turbina di traghetto di passaggio come ad una collega. Quei sogni di gioventù se li portava dentro nelle giunture antitelluriche  come un destino del corazon, rimandato ma possibile. Non c’era turbina di nave traghetto di passaggio cui non rispondesse vibrando nelle pareti, salutandola come un simile. Bon voyage!
Ora però non ce la faceva davvero più, doveva dirlo, doveva ribadirlo.
Lo faceva capire in tutti i modi. Se ne dovevano andare da lì, non poteva più sostenere la fatica della vita, doveva morire.  Voleva morire e loro dovevamo lasciarla andare.  Dovevano congedarsi da lei invece di accanirsi a tenerla in vita, una vita apparente che non le apparteneva più.
Sono vecchia, non posso trasformarmi in qualcosa che non sono. Un treno a vapore rimane un treno a vapore, anche nel 3000! Pensava e, come prima cosa, come segno di ribellione colpì  il citofono: ad ogni suonata veniva attraversato da una scossa elettrica che ne staccava cornetta lasciandolo penzolare, come un povero impiccato strangefruit mentre la bracca principessa gli abbaiava dentro con effetto ruggito Addams per l’ignaro citofonatore sottostante,  contemporaneamente faceva fulminare una ad una le sei lampadine dello studiolo, poi quelle del soggiorno, del bagnetto, della cucina a turno, un treno a vapore non lo puoi trasformare in un eurostar, non lo devi trasformare, non puoi forzare oltremodo  ribadiva mentre allagava il bagno rompendo per la seconda volta in tre mesi il flessibile sotto il lavandino e poi sotto il bidet e poi nella vasca bisogna accettare la natura e  i suoi limiti sosteneva facendo finire il gas della cucina e della stufe il giorno di Natale non di può mica andare contro la natura delle cose pensava rompendo per la seconda volta il vetro di una porta finestra del soggiorno e poi gli infissi di una camera da letto e neanche contro la natura della case e fulminava la lampadina del bagnetto staccandone il bulbo perché anche le case hanno una sensibilità  e spalancava di colpo le ante dei soprarmadi o di qualche portafinesta, impediva ai cassetti della cucina di chiudersi o aprirsi per mesi,e specialmente quelle vecchie  rompeva le valvole della doccia riallagando il bagno  hanno una personalità diceva facendo cadere pezzi di calcinacci dai bordi della porte o facendo cascare i quadri dai muri,  hanno un’anima   sussurrava scollando ad una ad una  le prese dai muri e staccandone i fili di contatto. che va ascoltata e rispettata lasciava la casa in totale black-out se qualcuno teneva acceso uno scaldabagno e una stufa perché non ce la faceva a reggerlo e faceva bene perchè ai  suoi tempi (nel suo tempo)   quell’inutile spreco di energia sarebbe stato oltremodo scandaloso.
E in certi silenzi del suo coma desiderato pareva di udirla borbottare
Questo tempo non mi appartiene, io appartengo al novecento. Non voglio la parabolica, non ditemi cos’è Sky. Voglio il voltaggio limitato, voglio le candele, voglio i velieri, voglio le mongolfiere, voglio le cappelliere, voglio il calzascarpe, voglio i portabonbòn,  voglio le visite di cortesia, voglio i fazzoletti di stoffa, voglio le tigri di Mompracen, voglio il cordiale, voglio i materassi di lana, voglio le calze da notte, volgio i grilli nel silenzio, voglio i chicchi di caffè, voglio l’ovetto sbattuto,  voglio il Corriere dei piccoli, voglio i pattini a rotelle, voglio pane e burro, voglio il citrato, voglio le penne stilografiche, voglio la radio a valvole, voglio il telefono col filo

“Ecco si, ti ascolto disse  paziente e infreddolita Farolit, mettendo su l’acqua per la borsacalda. ” Guarda, ti ascolto e trascrivo tutto.”

Messina 14 Maggio 2007

 

Il mio grosso grasso Edipo

grasso edipo

 

–         Perché hai portato anche lui?
–         È troppo grande per lasciarlo a casa. O forse è troppo piccolo
–         Ma chi è?
–         Il mio Edipo
–         E non c’è modo di liberartene?
–         No. Cioè… a mia madre non è il caso di lasciarlo, a mio padre nemmeno. Quando sta con loro cresce ancora di più. Lo ingozzano, guardalo è già il doppio di me… il mio grosso grasso Edipo.
–         Vedo…
–         Non ho alternative, lo porto con me, ma lo ignoro. Ignoralo anche tu
–         Abbatterlo?
–         Ci ho provato… ripetutamente. Resiste. E poi quando penso di averlo fatto fuori, magari per qualche gesto definitivo e assai simbolico, quello riappare, redivivo. E mi accorgo che si era solo nascosto bene. Gli Edipi fanno così.
–         Tutto questo è ridicolo, sei grande!
–         Che significa “grande”?
–         Hai un età
–         Aaah sì, anche il mio Edipo ce l’ha, tra un po’ mi chiede i contributi.
–         Insomma non puoi portarlo sempre con te, non quando sei con me
–         Non sono io che lo porto, è lui che mi segue. E poi perché no? Bando alle ipocrisie, chi non c’ha un Edipo da qualche parte?  E poi ognuno si faccia gli Edipi suoi. In giro ce n’è di ben più gravi del mio. Grandi, grossi, invadenti. Dannosi.  Il mio tace, almeno in pubblico. Non da fastidio a nessuno. E’ un Edipo discreto, educato e anche inoffesivo.
–         L’hai travestito bene
–         Guarda che fa tutto lui. Anche i vestiti se li sceglie da solo. Ti dico che io lo ignoro. Non gli do nemmeno da mangiare, per non farlo crescere. Lo tengo stordito e debole alla faccia di Laio e Giocasta. Ma quello furbo riesce sempre a sgraffignare qualcosa dalla dispensa. dell’Es…
–         Da che?
–         E poi ci sono quelli…
–         Quelli chi?
–         Loro, i creatori. I genitori di me e dell’Edipo. Loro lo nutrono, non lo fanno nemmeno a posta. Non si rendono conto del delitto criminale. Purtroppo credo che sia ancora legale per un genitore nutrire l’Edipo del figlio.
–         Ma come proprio loro? Quelli della loro generazione?
–         Mais oui… mes parents… mon père et ma mere: les fils des fleurs
–         E la contestazione?
–         Era tutta un’indigestione del loro Edipo. Poveretti… in effetti gli Edipi di una volta erano micidiali, tremendi, tirati su a olio di fegato di merluzzo e complessi di colpa. Roba da andarsene di casa a 8 anni. Gli è venuta su una bella ribellione come si deve… potente, sana, addirittura generazionale, col megafono. “Edipi di tutti i nati dopo guerra, uniamoci!”. Mica come il mio, poveretto, cresciuto a merendine  che ancora oggi se ne sta buono buono, solo soletto, non ha pretese, non parla, non chiede. Tace e precarizza come me. Een avrebbe da incazzarsi! Invece invecchia davanti alla t.v. e non ha cuore di accopparlo ‘sto Laio.
–         Il Laio di oggi era l’Edipo di allora
–         Cambiano i Lai e gli Edipi. Figurati che cosa dovevano essere gli Edipi precedenti, i nati nella Guerra.
–         Macchine da guerra… credo, con certi anticorpi de paura….
–         Ma gli Edipi dei tuoi genitori non volevano mettere fiori (definitivi!) nei cannoni dei loro padri?
–         Tutte bellissime intenzioni… sì, come la Fantasia al Potere (non sapevano che ci sarebbe stata la fantasia oltre ogni sana immaginazione: un Berlusconi al governo, democraticamente eletto), l’amore libero (ma libero da che?), i borghesi cattivi e i proletari buoni, e noi siamo dalla parte dei buoni anche se non siamo proletari … e Generale dietro la collina… e puoi sbagliare un calcio di rigore. Tutto questo il loro giovane Edipo  spiegava al mio piccolissimo . E il mio, ‘nnuccenti!,  ci credeva più che a Babbo Natale.
–         Ma davvero?
–         Sì, appartengo ad una categoria umana allevata per vivere nel mondo come dovrebbe essere, non com’è realmente. Siamo pronti per Utopia o per l’isola che non c’è. Il mondo com’è ci è estraneo. Il mio Edipo è ingenuo, un buon selvaggio al limite della demenza.
–         Grave
–         No, non sempre. Faticosissimo piuttosto. Abbiamo solo la solidarietà per stare al mondo. A parte questo non ci hanno dato altri strumenti per sopravvivere, né di difesa, né di aggressione. Ci hanno  piazzato nel mondo così com’è assurdo, ingiusto, tendenzialmente costruito sulla sopraffazione mors tua vita mea, homo homini lupus, in mezzo a individui non persone… come hanno fatto il loro padri. Ma togliendoci pure l’esaltazione della ribellione. Mi sa che si  sono fottuti pure quella, insieme alle pensioni.
–         Che paradosso! Che fregatura!
–         Sì e no. Certo ci hanno ingannati due volte. La prima quando si sono illusi e autoigannati (avanti Edipi alla riscossa…) e, illudendosi, ci hanno ingannati. In buona fede. La seconda, più grave, quando hanno preso il posto dei loro padri, del loro Lai e in questo loro sono stati peggio: ci hanno scippato il futuro.
–         Ammaziamoli allora!
–         No, non possiamo nemmeno prendercela con loro. Infierire su quella sconfitta. Poveretti…  si credevano migliori. Guardali là a coltivare il candido orticello. Hanno preso  il posto, le scrivanie, le cravatte dei padri. Le parole sorde e le espressioni mute. Il potere cieco. La saggezza vile. Il buon senso finto. L’amarezza segreta. Psicofarmaci. Mentre i figli ancora li guardano, attenti, dovendo finalmente credere ai loro occhi. Loro abiurano, revisionano. Si ritirano soprattutto. Pensione, pensione, pensione. Tanto paga figliuccio (chissà come, chissà quanto). Si convertono che non si sa mai. Ecologizzano. E poi volontariato, cchiù volontariato pi’ tutti: cani, bambini africani, piattole cinesi.  I figli e i loro Edipi smilzi e fiacchi stanno in qualche parte del rimosso, taciturni come parti insolute. E irrisolvibili. Come certi vecchi Bartezzaghi difficili e incompiuti a cui, per risolversi e compiersi, manca solo la combinazione di tre quattro parole giuste.. che o le sai o non le sai. Ed è ormai è chiaro Pa’: non le sai.
Lo schema rimane irrisolto. La Rivolta impossibile. Il Re più nudo che pria. E i figli principi smutandatissimi.
–         Povero Edipo….
–         Già, te lo dicevo che è un caso umano… Ma tu non ci pensare, non lo guardare che se t’impietosisce è peggio. Gli ho appena tolto una lunga catena di sensi di colpa…
–         E cos’è quella cosa che gli pende…?
–         Un residuo di cordone ombelicale. Qualcosa per ritrovare la via di casa prima di morire di inedia. Edipo-Frankestein, la creatura, ha bisogno di tornare dal suo creatore, ogni tanto, giusto per ricordarsi come mai si trova così aldifuori del mondo… nel mondo. E così nel proprio mondo fuori da questo mondo. Ha seri problemi d’identità e di appartenenza, povera bestia…
–         Brutta storia…
–         No, credimi, ce n’è di peggiori
–         Dici?
–         In fondo io e il mio Edipo, seppur smutandati, continuiamo a vedere il mondo come dovrebbe essere, continuiamo a vivere in quel mondo, soprattutto.
–         Siete più realisti del re?
–         Sì,  è il nostro modo di ucciderli
–         Cioè?
–         Siamo i figli dei figli dei fiori…
–         E dunque?
Edipo – E  dunque sognamo

Messina 29 Ottobre 2007